Sabrina Meotto: QUEL MAGGIO SUL CORMOR

il-tramonto_3535_sabrina-meottoQUEL MAGGIO SUL CORMOR

LOTTE NONVIOLENTE PER IL PANE, IL LAVORO, LA DIGNITÀ

Qualche mese fa è stato presentato il libro di Sabrina Meotto “Quel maggio sul Cormor”, edito da KappaVu, nella splendida cornice dell’agriturismo “Ai Guardiani” di Carlino (Ud). Interventi dell’autrice oltre che della storica Irene Bolzon e intermezzi musicali di Paolo Paron. Un’atmosfera suggestiva che ha permesso ai numerosi presenti di fare un tuffo indietro nel tempo, più precisamente nella Bassa friulana degli anni ’50.

Vi presentiamo l’intervista con Sabrina Meotto:

Da dove viene l’idea di questo libro, Sabrina?
È nato tutto un po’ per caso. Stavo pensando alla mia tesi di laurea quando mi è capitato di assistere ad una serata in cui si parlava di “scioperi alla rovescia” in Friuli. Il tema mi ha colpito moltissimo anche perché stavo per laurearmi in “Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti” all’Università di Firenze e durante i miei studi avevo sentito spesso parlare di queste forme di protesta, ma non pensavo che negli anni fossero state adottate anche qui in regione. Da qui l’idea di scriverne la mia tesi di laurea che poi è diventata un libro pubblicato dalla casa editrice KappaVu.

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Effettivamente quello degli scioperi alla rovescia sul torrente Cormor è un episodio della storia friulana che è stato a lungo taciuto e che ancora oggi si conosce poco…
È stato uno splendido esempio di rivolta popolare nonviolenta di cui purtroppo si è parlato pochissimo. Esistono solo due libri che ne parlano oltre al mio, un’accurata ricostruzione storica di Paolo Gasperi e un’opera teatrale di Pierluigi Visintin.

Io però ho cercato di inquadrare la vicenda da un altro punto di vista, partendo appunto dal concetto nonviolento che sta alla base del fenomeno. Cos’è uno “sciopero alla rovescia” (o “all’italiana”, come li chiamano all’estero)? L’idea di fondo è molto semplice: se un operaio può protestare scioperando, cioè astenendosi dal proprio lavoro, una persona che è disoccupata può far sentire la propria voce… lavorando! Anche senza un corrispettivo in cambio, per dimostrare che un lavoro utile e dignitoso è sempre possibile. È questa unail-tramonto_1016 forma d’azione che per molti aspetti rispecchia gli ideali che guidarono Gandhi verso la liberazione dell’India, ma che è stata utilizzata anche da molti altri, come ad esempio da Danilo Dolci (uno dei padri della nonviolenza in Italia) nella Sicilia del secondo dopoguerra. Perché quindi non celebrare anche gli sforzi dei giovani disoccupati friulani, che nel maggio del 1950 muniti di pale e carriole decisero di realizzare il letto del torrente Cormor, senza nemmeno essere pagati?

Cos’hanno rappresentato queste lotte?
Vorrei ricordare che queste sono state lotte davvero “popolari”, perché hanno coinvolto il popolo tutto, disoccupati, braccianti, intellettuali, operai, commercianti, addirittura uomini di chiesa. Sono state lotte per bisogni umani fondamentali, il pane, il lavoro, il territorio, la dignità. Tanta la voglia di cambiare, di esserci, di divenire artefici del proprio destino. Insegnando che anche quando sembra impossibile, “un’altra via” pacifica e libera dalla violenza è sempre percorribile.

il-tramonto_1017E oggi, si utilizzano ancora queste forme di protesta?
Sì, anche se nessuno ne parla. Solo negli ultimi anni in Italia scioperi alla rovescia sono stati organizzati, tra gli altri, dai disoccupati napoletani in piena emergenza rifiuti, dai lavoratori forestali dei comuni montani siciliani, da alcuni insegnanti toscani durante i giorni in cui si approvò la riforma dell’istruzione voluta dall’allora ministro Mariastella Gelmini. E proprio in questi mesi abbiamo assistito agli scioperi alla rovescia dei ricercatori precari di molti atenei italiani che, pur senza alcuna tutela e protezione da parte dello Stato, mandano avanti il nostro sistema universitario. Gli esempi sono tanti, ma nessuno ce li racconta, oggi come negli anni ’50. Davanti ad episodi rivoluzionari e grandiosi come questi, che potrebbero contribuire a cambiare le sorti di un popolo, ho l’impressione che le classi al potere abbiano sempre cercato di rimuovere i fatti accaduti, in modo che la gente comune dimenticasse al più presto.

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